Storia di Vedano al Lambro

 

Eventi & Attività

Gli albori

La borgata di Vedano al Lambro ha molte incertezze per quanto riguarda l’insediamento dei Galli, ma molta documentazione per il successivo insediamento dei Romani. A tale proposito basta dare uno sguardo al «CORPUS INSCRIPTIONUM LATINARUM» pubblicati da THEODORUS MOMMSEN. Dai più Vedano è considerata una Colonia romana, ma non è certo, pare invece certo che fosse un VICUS romano e questo sarebbe provato anche dal frammento di cippo venuto in luce in occasione dei restauri della Chiesa Parrocchiale nel 1892 e, più recentemente, dal ritrovamento dei numerosi reperti venuti alla luce in località S. Andrea di Biassono al confine con Vedano.L’oscurità dei tempi successivi alla fine dell’Impero Romano non permette di rintracciare memorie di Vedano; tuttavia già nel testamento del grande Arcivescovo milanese Ansperto da Biassono dell’ 11 dicembre 879 si trova un esplicito riferimento a Vedano al Lambro.Probabilmente Vedano al Lambro era una grandiosa fattoria nella quale, oltre alle abitazioni riservate al padrone, parenti ed amici, il resto era destinato ai contadini coltivatori dei terreni, suddivisi in stallieri, mungitori, cavallanti, coltivatori dei campi, che ricevevano dal padrone il vitto, l’alloggio e un misero stipendio. Nella stessa fattoria, alle dipendenze del padrone, vi erano altre persone che disimpegnavano quell’artigianato di prima necessità che abbisognava per le persone (sarti, calzolai, falegnami, fabbri ferrai, ecc.) e per il lavoro stesso, assai più per riparazione che per nuova costruzione di strumenti od oggetti.

La diffusione del cristianesimo

In un territorio così am¬ministrato diventava difficile avere conoscenza del Cristianesimo, come anche l’a¬vere il modo di esercitare il culto della stessa religione di Cristo. Allora, quando si diffuse il Cristianesimo in Brianza e a Vedano? Nessun cenno dell’esistenza di cristiani nelle nostre campagne possiamo trovare durante le persecuzioni, ossia nei primi tre secoli; nessun rudere di edifici od oggetti sacri, mentre le molte iscrizioni e tombe pagane rinvenute nella nostra regione, appartenente a quei secoli, ci dimostrano la vigorosa e lunga permanenza del paganesimo sulle nostre terre. In Italia il Cri¬stianesimo si diffuse dapprima a Roma e dintorni, nella bassa Italia, e molto più tardi nell’Ita¬lia superiore. Le nostre campagne abitate da popolazioni di stirpe celtica, rimasero più a lun¬go, come nella Gallia transalpina, attaccate ai loro culti locali. Nel secolo IV il paganesimo in Italia era ancora fiorente e la penetrazione evangelica trovava una resistenza, non facilmente superabile, nella tenacia delle masse campagnole alle loro idee, (abitudini o superstizioni). Incredulità e diffidenza per tutte le cose nuove che, non rare volte, constatiamo ancora oggi a tanti secoli di distanza e di progresso. Lo stesso scarsissimo clero, non sempre edificante mo¬ralmente, creava difficoltà alla penetrazione evangelica e questo non era certamente una vali¬da spinta ad una facile conversione della popolazione rurale. Lo storico don Rinaldo Beretta, a tale proposito ha scritto:
«… nella seconda metà del secolo V le nostre campagne si possono ritenere cristiane nella loro quasi totalità…»

Il Medio Evo

Notizie su Vedano al Lambro nel primo Medio Evo, finora non sono affiorate, perciò dob¬biamo accontentarci delle generali nozioni di vita di tutta la popolazione agricola lombarda.Durante il regno Longobardo, in conseguenza delle molte donazioni di beni laici che Re, Pa¬pi e Principi facevano ai privati, ai capitoli, ai monasteri (grandi vassalli della corona), si con¬solidò in Italia il feudalesimo. Col volgersi del tempo, questi grandi feudi si suddivisero in tante parti, ed i capi di esse, a seconda della loro autorità, acquistarono nomi diversi. Duchi furono chiamati coloro che avevano la giurisdizione di una provincia, Conti i governa¬tori di una città, Marchesi a chi era affidata una provincia di confine. Godendo questi la facoltà di subiufeudare ad altri. Chiamavansi Capitani coloro che avevano ricevuta una giuri¬sdizione da Re, da Duchi o da Marchesi; Valvassori quelli che avevano ricevuto il feudo dai Capitani e Valvassini chi riceveva dai Valvassori.
Questi Duchi, Marchesi, Conti, Castellani, Valvassori, Capitani e Valvassini, gradatamente, acquistarono assoluta autorità in tutti gli Stati. Come vassalli erano però obbligati a soc¬correre il monarca in tempo di guerra, prestargli omaggio e ricevere da lui la conferma del possesso del loro dominio oltre a pagargli, il più delle volte, un annuo tributo. Padroni dei servi e dei coltivatori giunsero spesso ad ogni eccesso di crudeltà. Nello Stato milanese l’Autorità feudale venne suddivisa nelle mani dei Conti, la cui giurisdi¬zione chiamavasi Contado. Cinque furono i Contadi allora costituitisi:
Milano al centro, la Sepriana a nord-ovest con capoluogo Castel Seprio, la Burgaria a sud-ovest con capoluogo Varese e che prese il nome dai Bulgari discesi con Alboino, la Basana a sud-est con capoluogo Trezzo, la Martesana a nord-est.
Il nome di Martesana sembra derivasse dal fatto che in queste terre, in antico, abitavano gen¬ti che prestavano culto al dio Marte. Il Giulini in «MEMORIE DELLA CITTÀ E DELLA CAMPAGNA» volume III pag. 242, opinerebbe che il capoluogo del vasto territorio martesano fosse Castelmarte. Tale opinione non è probabile per la Martesana , in quanto si basa su una debole analogia e precisamente: «… come Castel Seprio era capo della Sepriana così Castelmarte doveva essere capoluogo della Martesana…». La Martesana, quando furono stabiliti i Contadi rurali, non fu un Contado con giurisdizione propria, ma una semplice espressione geografica compresa nella giudicaria e giurisdizione di Milano. Solo in seguito divenne indipendente e Vimercate ne fu il capoluogo, perché qui aveva sede il magistrato togato che governava la Martesana e lo stesso Conte. È opinione, ammessa dai più, che Vimercate, detto anticamente Vico Martio per avere avuto un grandio¬so tempio dedicato al dio Marte, abbia dato il nome alla Martesana.

I liberi Comuni

Al principio dell’XI sec. un forte desiderio di indipendenza infiammò i paesi brianzoli e tut¬ti operarono per raggiungere tale intento, dando così origine alla gloriosa epoca dei Comuni. Ariberto da Intimiano (1019-1045), Arcivescovo di Milano, aveva il dominio su di una grande quantità di terre del Contado della Martesana e cominciò ad opprimere i Valvassori togliendo ad uno di essi anche l’autorità feudale. Tutti i Valvassori oppressi, strettisi in una lega detta «la Motta», dal nome di un castello costruito dai plebei milanesi che con quelli della Martesana e del Seprio avevano prestato aiuto ai lodigiani, si unirono per una azione concorde contro l’Arcivescovo, i Conti rurali ed i Signori delle terre. Per poter resistere ai nobili e ai signori si rinforzarono nei loro paesi, erigendo fortificazioni in ogni villa e su ogni collina. I signori, che abitavano nelle ville, furono obbligati ad abbandonarle e rifugiarsi in Milano.

I Torriani

Le lotte fra i Comuni e i Signori andarono sempre più intensificandosi e portarono al pro¬gressivo indebolimento delle istituzioni Comunali. I Comuni più forti, come Milano, attrasse¬ro sotto di sé quelli minori e in breve tempo si trasformarono da repubbliche in monarchie. Dapprima il Signore fu un capo provvisorio, poi perpetuo e trasmise in eredità ai propri di¬scendenti la Signoria. I primi Signori di Milano furono i Torriani, o Della Torre, grandi feudatari della Valsassina e provenienti da Primaluna. Nella lotta fra i partiti del Comune i Tor¬riani sostennero il popolo e furono Guelfi, cioè antimperiali. Pagano Della Torre fu fatto Capitano del Popolo nel 1240; Martino Della Torre cacciò i nobili dalla città e fu proclamato Signore nel 1257; Napoleone, figlio di Pagano, governò la città di Milano con ampia autorità e fu potentissimo in tutta la Lombardia (1265-1278).

I Visconti

La Casa dei Visconti, tranne brevi intervalli, tenne il dominio sino alla metà del 400; estese i confini della sua Signoria, e lasciò memoria di grandi glorie quali la Certosa di Pavia, il Duomo di Milano, ma fu anche tristemente celebre per le inaudite sue crudeltà (basta citare i Forni di Monza, la Quaresima di Galeazzo e i mastini di Bernabò). Nel 1322 Galeazzo Visconti, appena assunto al Governo, assediò Monza difesa dalle truppe dei fratelli Tignacca e Strazza Parravicini, generali del partito dei Torriani, e nonostante l’eroica difesa Monza dovette cedere. I Torriani la ripresero l’anno seguente, ma per poco, perché Galeazzo, ricondotti i suoi soldati intorno a Monza, veduto di non po¬terla domare con l’assalto, la cinse con un blocco tanto largo che si stendeva da Desio sino a Vimercate. L’assedio durò 8 mesi e finalmente Monza, costretta dalla fame, fu obbligata ad arrendersi a Galeazze il 10 novembre 1324.
I Visconti cessarono di governare nel 1447 quando, morto senza figli il Duca Filippo Maria, ultimo discendente del ramo principale, i Milanesi, stanchi delle dominazioni e timorosi di nuovi mali, gridarono libertà, ripudiarono il testamento di Filippo Maria in cui dichiarava erede Francesco Sforza, al quale aveva dato in moglie la figlia naturale Bianca Maria, e si accontentarono di nominarlo loro Capitano, proclamando la Repubblica Ambrosiana in onore di S. Ambrogio.

La Repubblica Ambrosiana

Ma la Repubblica si trovò circondata da nemici e pretendenti, specialmente della Repubblica di Venezia che mirava ad impossessarsi di tutta la Lombardia. Francesco Sforza desideroso di conquistare la Signoria di Milano, e non potendo ottenerla per le discor¬die interne della città, si accordò coi Veneziani che prima aveva combattuti, ed avuti da essi i mezzi necessari, nel 1448 conquistò la Martesana e nel 1450 pose l’assedio a Milano. Aiutato da una carestia che infierì a Milano, e che fu cagione di discordia e di avvilimento anche ai più valorosi, ebbe ragione della città, che dopo 30 mesi di Repubblica, spinta anche dalle robuste parole di Gasparino da Vimercate, si arrese a Francesco Sforza il 26 febbraio 1450.
Dopo varie vicissitudini il Feudo fu da Francesco Sforza II, per bisogni di guerra, posto in vendita e comprenedeva le terre di: Seregno, Lissone, Macherio, Bovisio, Masciago, Biassono, Vedano, Molino del Salice, Molino San Giorgio, Varedo, Palazzolo, Incirano, Nova, Paderno, Dugnano, Cusano, Balsamo, Cinisello, Cassina Amata, Muggiò, Bollate, Novate, Senago, Pinzano, Cisa, Cassino, Portesello, Garbagnate, Bareggia, Valaguzza, Dergheno, Castellazzo, Cassina Nuova, Cassina Sant’Appollinare, Molino di Carlone, Meda, Cassina San Giorgio, Cassina Savina, Cassina Aliprando, Rosé, Vialba, e il tutto col dazio del pane, vino, carne, imbottato ed altri redditi feudali. Il Feudo lo comperò Giacomo Gallarati, ma presto ritornò alla Regia Camera per essersi estinta la linea maschile della sua famiglia. Posto di nuovo in vendita il 23 dicembre 1580 fu comperato dallo spagnolo don Giovanni Manriquez, figlio di don Giorgio che abitava in Mi¬lano, nella Parrocchia di S. Eufemia, versando nelle mani di Re Filippo di Spagna 63.000 lire imperiali.
Nel 1675 il Marchese Giovanni Manriquez lo rese nuovamente alla Regia Camera perché ne fos¬se investito Gian Giacomo Scotti che lo ebbe per sé, nipoti maschi, e loro discendenti per ordine di progenitura, per lire 72 per fuoco. Morto nel 1729 il Conte Giambattista Scotti, senza eredi, il feudo passò ancora alla Regia Camera, ma il 1730 i feudi di Colturano e Vedano furono venduti al Marchese Gian Battista Scotti, alias Gallarati, per lire 7757, che nel 1731 ne fu regolarmente investito.

liberamente tratta dagli scritti del Rag. Emilio Romanò, depositati presso l’archivio Parrocchiale.