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BREVE STORIA DI VEDANO E DINTORNI ... liberamente tratta dagli scritti del Rag. Emilio Romanò, depositati presso l'archivio Parrocchiale. Parte prima. GLI ALBORI
… La borgata di Vedano al Lambro ha molte
incertezze per quanto riguarda l'insediamento dei Galli, ma
molta documentazione per il successivo insediamento dei
Romani. A tale proposito basta dare uno sguardo al «CORPUS
INSCRIPTIONUM LATINARUM» pubblicati da THEODORUS MOMMSEN. Dai
più Vedano è considerata una Colonia romana, ma non è
certo, pare invece certo che fosse un VICUS romano e questo
sarebbe provato anche dal frammento di cippo venuto in luce in
occasione dei restauri della Chiesa Parrocchiale nel 1892 e,
più recentemente, dal ritrovamento dei numerosi reperti
venuti alla luce in località S. Andrea di Biassono al confine
con Vedano.L'oscurità dei tempi successivi alla fine
dell'Impero Romano non permette di rintracciare memorie di
Vedano; tuttavia già nel testamento del grande Arcivescovo
milanese Ansperto da Biassono dell' 11 dicembre 879 si trova
un esplicito riferimento a Vedano al Lambro.Probabilmente Vedano al Lambro era una grandiosa fattoria nella
quale, oltre alle abitazioni riservate al padrone, parenti ed
amici, il resto era destinato ai contadini coltivatori dei
terreni, suddivisi in stallieri, mungitori, cavallanti,
coltivatori dei campi, che ricevevano dal padrone il vitto,
l'alloggio e un misero stipendio. Nella stessa fattoria, alle
dipendenze del padrone, vi erano altre persone che
disimpegnavano quell'artigianato di prima necessità che
abbisognava per le persone (sarti, calzolai, falegnami, fabbri
ferrai, ecc.) e per il lavoro stesso, assai più per
riparazione che per nuova costruzione di strumenti od oggetti.
La
diffusione del cristianesimo In un territorio così amministrato diventava difficile avere conoscenza del Cristianesimo, come anche l'avere il modo di esercitare il culto della stessa religione di Cristo. Allora, quando si diffuse il Cristianesimo in Brianza e a Vedano? Nessun cenno dell'esistenza di cristiani nelle nostre campagne possiamo trovare durante le persecuzioni, ossia nei primi tre secoli; nessun rudere di edifici od oggetti sacri, mentre le molte iscrizioni e tombe pagane rinvenute nella nostra regione, appartenente a quei secoli, ci dimostrano la vigorosa e lunga permanenza del paganesimo sulle nostre terre. In Italia il Cristianesimo si diffuse dapprima a Roma e dintorni, nella bassa Italia, e molto più tardi nell'Italia superiore. Le nostre campagne abitate da popolazioni di stirpe celtica, rimasero più a lungo, come nella Gallia transalpina, attaccate ai loro culti locali. Nel secolo IV il paganesimo in Italia era ancora fiorente e la penetrazione evangelica trovava una resistenza, non facilmente superabile, nella tenacia delle masse campagnole alle loro idee, (abitudini o superstizioni). Incredulità e diffidenza per tutte le cose nuove che, non rare volte, constatiamo ancora oggi a tanti secoli di distanza e di progresso. Lo stesso scarsissimo clero, non sempre edificante moralmente, creava difficoltà alla penetrazione evangelica e questo non era certamente una valida spinta ad una facile conversione della popolazione rurale. Lo storico don Rinaldo Beretta, a tale proposito ha scritto: «... nella seconda metà del secolo V le nostre
campagne si possono ritenere cristiane nella loro quasi
totalità...» Il Medio
Evo Notizie su Vedano al Lambro nel primo Medio Evo, finora non sono affiorate, perciò dobbiamo accontentarci delle generali nozioni di vita di tutta la popolazione agricola lombarda.Durante il regno Longobardo, in conseguenza delle molte donazioni di beni laici che Re, Papi e Principi facevano ai privati, ai capitoli, ai monasteri (grandi vassalli della corona), si consolidò in Italia il feudalesimo. Col volgersi del tempo, questi grandi feudi si suddivisero in tante parti, ed i capi di esse, a seconda della loro autorità, acquistarono nomi diversi. Duchi furono chiamati coloro che avevano la giurisdizione di una provincia, Conti i governatori di una città, Marchesi a chi era affidata una provincia di confine. Godendo questi la facoltà di subiufeudare ad altri. Chiamavansi Capitani coloro che avevano ricevuta una giurisdizione da Re, da Duchi o da Marchesi; Valvassori quelli che avevano ricevuto il feudo dai Capitani e Valvassini chi riceveva dai Valvassori. Questi Duchi, Marchesi, Conti, Castellani, Valvassori, Capitani e Valvassini, gradatamente, acquistarono assoluta autorità in tutti gli Stati. Come vassalli erano però obbligati a soccorrere il monarca in tempo di guerra, prestargli omaggio e ricevere da lui la conferma del possesso del loro dominio oltre a pagargli, il più delle volte, un annuo tributo. Padroni dei servi e dei coltivatori giunsero spesso ad ogni eccesso di crudeltà. Nello Stato milanese l'Autorità feudale venne suddivisa nelle mani dei Conti, la cui giurisdizione chiamavasi Contado. Cinque furono i Contadi allora costituitisi: Milano al centro, la Sepriana a nord-ovest con capoluogo Castel Seprio, la Burgaria a sud-ovest con capoluogo Varese e che prese il nome
dai Bulgari discesi con Alboino, la Basana a sud-est con capoluogo Trezzo, la Martesana a nord-est. Il nome di Martesana sembra derivasse dal fatto che in queste
terre, in antico, abitavano genti che prestavano culto al
dio Marte. Il Giulini in «MEMORIE DELLA CITTÀ E DELLA
CAMPAGNA» volume III pag. 242, opinerebbe che il capoluogo
del vasto territorio martesano fosse Castelmarte. Tale
opinione non è probabile per la Martesana , in quanto si basa
su una debole analogia e precisamente: «... come Castel
Seprio era capo della Sepriana così Castelmarte doveva essere
capoluogo della Martesana...».
La Martesana, quando furono stabiliti i Contadi
rurali, non fu un Contado con giurisdizione propria, ma una
semplice espressione geografica compresa nella giudicaria e
giurisdizione di Milano. Solo in seguito divenne indipendente
e Vimercate ne fu il capoluogo, perché qui aveva sede il
magistrato togato che governava la Martesana e lo stesso
Conte. È opinione, ammessa dai più, che Vimercate, detto
anticamente Vico Martio per avere avuto un grandioso tempio
dedicato al dio Marte, abbia dato il nome alla Martesana. I liberi Comuni Al principio dell'XI sec. un forte desiderio di
indipendenza infiammò i paesi brianzoli e tutti operarono
per raggiungere tale intento, dando così origine alla
gloriosa epoca dei Comuni. Ariberto da Intimiano (1019-1045),
Arcivescovo di Milano, aveva il dominio su di una grande
quantità di terre del Contado della Martesana e cominciò ad
opprimere i Valvassori togliendo ad uno di essi anche
l'autorità feudale. Tutti i Valvassori oppressi, strettisi in
una lega detta «la Motta», dal nome di un castello costruito
dai plebei milanesi che con quelli della Martesana e del
Seprio avevano prestato aiuto ai lodigiani, si unirono per una
azione concorde contro l'Arcivescovo, i Conti rurali ed i
Signori delle terre. Per poter resistere ai nobili e ai
signori si rinforzarono nei loro paesi, erigendo
fortificazioni in ogni villa e
su ogni collina. I signori, che abitavano nelle
ville, furono obbligati ad abbandonarle e rifugiarsi in
Milano. I Torriani Le lotte fra i Comuni e i Signori andarono sempre
più intensificandosi e portarono al progressivo
indebolimento delle istituzioni Comunali. I Comuni più forti,
come Milano, attrassero sotto di sé quelli minori e in
breve tempo si trasformarono da repubbliche in monarchie.
Dapprima il Signore fu un capo provvisorio, poi perpetuo e
trasmise in eredità ai propri discendenti I Visconti La Casa dei Visconti, tranne brevi intervalli,
tenne il dominio sino alla metà del 400; estese i confini
della sua Signoria, e lasciò memoria di grandi glorie quali
la Certosa di Pavia, il Duomo di Milano, ma fu anche
tristemente celebre per le inaudite sue crudeltà (basta
citare i Forni di Monza, la Quaresima di Galeazzo
e i mastini di Bernabò). Nel 1322 Galeazzo Visconti, appena assunto al Governo, assediò
Monza difesa dalle truppe dei fratelli Tignacca e Strazza Parravicini, generali del partito dei Torriani, e
nonostante l'eroica difesa Monza dovette cedere. I Torriani la
ripresero l'anno seguente, ma per poco, perché Galeazzo,
ricondotti i suoi soldati intorno a Monza, veduto
di non poterla domare con l'assalto, la cinse con un blocco
tanto largo che si stendeva da Desio sino a Vimercate.
L'assedio durò 8 mesi e finalmente Monza, costretta dalla
fame, fu obbligata ad arrendersi a Galeazze il 10 novembre
1324. I Visconti cessarono di governare nel 1447
quando, morto senza figli il Duca Filippo Maria, ultimo
discendente del ramo principale, i Milanesi, stanchi delle
dominazioni e timorosi di nuovi mali, gridarono libertà,
ripudiarono il testamento di Filippo Maria in cui dichiarava
erede Francesco Sforza, al quale aveva dato in moglie la
figlia naturale Bianca Maria, e si accontentarono di nominarlo
loro Capitano, proclamando Ma la Repubblica si trovò circondata da nemici e
pretendenti, specialmente della Repubblica di
Venezia che mirava ad impossessarsi di tutta Dopo varie vicissitudini il Feudo fu da Francesco Sforza II, per
bisogni di guerra, posto in vendita e comprenedeva le terre
di: Seregno, Lissone, Macherio, Bovisio, Masciago, Biassono,
Vedano, Molino del Salice, Molino San Giorgio, Varedo,
Palazzolo, Incirano, Nova, Paderno, Dugnano, Cusano, Balsamo,
Cinisello, Cassina Amata, Muggiò, Bollate, Novate, Senago,
Pinzano, Cisa, Cassino, Portesello, Garbagnate, Bareggia,
Valaguzza, Dergheno, Castellazzo, Cassina Nuova, Cassina Sant'Appollinare,
Molino di Carlone, Meda, Cassina San Giorgio,
Cassina Savina, Cassina Aliprando, Rosé, Vialba, e il tutto
col dazio del pane, vino, carne, imbottato ed altri redditi
feudali. Il Feudo lo comperò Giacomo Gallarati, ma presto
ritornò alla Regia Camera per essersi estinta la linea
maschile della sua famiglia. Posto di nuovo in vendita il 23
dicembre 1580 fu comperato dallo spagnolo don Giovanni
Manriquez, figlio di don Giorgio che abitava in Milano,
nella Parrocchia di S. Eufemia, versando nelle mani di Re
Filippo di Spagna 63.000 lire imperiali. Nel 1675 il Marchese Giovanni Manriquez lo rese
nuovamente alla Regia Camera perché ne fosse investito Gian
Giacomo Scotti che lo ebbe per sé, nipoti maschi, e loro
discendenti per ordine di progenitura, per lire 72 per fuoco.
Morto nel 1729 il Conte Giambattista Scotti, senza eredi, il
feudo passò ancora alla Regia Camera, ma il 1730 i feudi di
Colturano e Vedano furono venduti al Marchese Gian Battista
Scotti, alias Gallarati, per lire 7757, che nel 1731 ne fu
regolarmente investito. ... continua ... |
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